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Everest: cronache di gente che voleva salire su un sasso gigante (sfidando un freddo porco!)

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La folle storia dell'eterna rissa per mettere bandierine sulla montagna più alta del pianeta

Oggi voglio raccontarti la storia di una montagna. Ma non una montagnella carina dove vai con la famigliola a fare il picnic, no. Parliamo di un mostro di roccia e ghiaccio alto quasi novemila metri. 8.848,86 metri, per la precisione (vabbé, le dimensioni contano fino a un certo punto, dirai tu, dipende dall'uso che se ne fa).

Si chiama Everest, o Sagarmatha per gli amici nepalesi, o Chomolungma per i tibetani. Insomma, un colosso che se ne sta lì, tra Nepal e Tibet, a prendersi gioco dell'umanità dicendo:

"Ehi tu, microbo! Prova a salirmi sopra, vediamo se hai los cojones!".

Indovina un po'? L'umanità, specialmente quella britannica, con un sacco di tempo libero e manie di grandezza, ha risposto: "Sfida accettata!".

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1921: gli inglesi arrivano carichi a molla (e vestiti come per andare a caccia alla volpe)

Pensa alla scena: 18 maggio 1921. Un gruppo di distinti signori inglesi, con baffoni impomatati e giacche di tweed, parte da Darjeeling convinto di andare a "dare un'occhiata" all'Everest.

C'erano alpinisti tipo George Mallory (tienilo a mente, questo qui è un personaggio chiave della nostra storia), scienziati che probabilmente si chiedevano cosa diavolo ci facessero lì, e un capo spedizione con un nome da film, Charles Howard-Bury.

Ah, e ovviamente, una quarantina di sherpa, i veri eroi che conoscevano quelle montagne come le loro tasche, ma che all'epoca venivano trattati un po' come dei portantini.

Il viaggio? Un delirio. Ottenere il permesso dal Dalai Lama era stata un'impresa diplomatica degna di James Bond.

La marcia di avvicinamento tutto ok, ma appena l'aria ha iniziato a farsi sottile come il portafoglio a fine mese, uno degli scienziati, il povero Alexander Kellas, ci lascia le penne. Infarto. Ciao ciao.

Ma mica si fermano! Mallory e un altro tizio, Bullock, riescono ad arrivare a 7.000 metri, sul versante Nord. Vedono la cima, capiscono la via... ma poi arriva un vento che ti porta via anche le mutande e un freddo pazzesco. "Ok Everest, hai vinto tu 'sto round, ma torniamo, eh!".

La prima spedizione? Un mezzo fiasco, ma almeno avevano capito da che parte si saliva. E chi ben comincia...

Bombole & misteri: la scomparsa più famosa dell'alpinismo

Passa un anno. 1922. Gli inglesi sono ostinati (non solo quando si parla di tè). Tornano con una novità che sembra uscita dal futuro: le bombole d'ossigeno!

Un certo George Finch, fisico australiano (uno che evidentemente si era rotto le balle di respirare aria normale), inventa uno zaino con quattro bomboloni d'acciaio. Immaginati 'sto poveraccio che si carica sulle spalle un affare che pesava come un frigorifero, sperando di respirare meglio.

E funziona! Arrivano a 8.326 metri. Record mondiale! Peccato che poi una valanga si porti via sette sherpa. La montagna inizia a far capire che non ha voglia di farsi scalare...

Ma la storia più assurda arriva nel 1924. Terza spedizione. Il nostro amico George Mallory è ancora lì, più testardo di me quando la macchinetta del caffè mi frega il resto e continuo a ficcarci dentro monetine.

L'8 giugno, Mallory e il suo giovane compagno Andrew Irvine partono per la vetta. Vengono avvistati, due puntini neri lassù in alto, che sembrano muoversi bene... poi, puff! Avvolti dalle nuvole e dalla neve. Scomparsi. Per sempre.

Hanno raggiunto la cima prima di morire? Lì su hanno trovato una botola segreta per il paradiso?

È il più grande mistero dell'alpinismo, roba che neanche la signora in giallo potrà mai risolvere...

Il corpo di Mallory lo ritroveranno solo nel 1999 a oltre 8.000 metri, ma di Irvine nessuna traccia. Forse è con Elvis e John Lennon a giocare a bocce con gli angeli, chissà...

La rivoluzione dei piumini d'oca e del nylon

Dopo la tragedia di Mallory e Irvine, c'è un momento di "ok, forse 'sta montagna è un po' troppo incazzosa. Aspettiamo che installino le scale mobili!".

Le spedizioni rallentano. Poi arriva la Seconda Guerra Mondiale a incasinare ulteriormente i piani. Ma, come spesso accade, la guerra porta anche innovazioni tecnologiche che, guarda caso, tornano utili pure agli alpinisti.

Finalmente basta giacche di tweed che si inzuppano e pesano come un macigno! Arrivano i piumini d'oca, leggeri e caldi. Le corde di canapa, che si spezzavano solo a guardarle, vengono sostituite dal nylon, resistente e affidabile. L'attrezzatura diventa più tecnica, più leggera, più performante.

Gli scalatori non sembrano più gentiluomini tutti perfettini usciti da un romanzo dell'800, ma iniziano ad assomigliare a degli astronauti pronti a sfidare l'impossibile.

E intanto, il Nepal apre le frontiere! Nuove vie, nuove possibilità! La corsa all'Everest riparte più agguerrita che mai!

Ci siamo quasi! Svizzeri sfigati VS inglesi con l'ansia da prestazione

Siamo negli anni '50. La tecnologia c'è, la voglia pure. Nel 1952, una spedizione svizzera ci va mooolto vicino. Raymond Lambert, in compagnia di uno sherpa che diventerà una leggenda, Tenzing Norgay (segnati 'sto nome!), arrivano a 8.600 metri. Mancano solo 250 metri! Duecentocinquanta metri!

È come sbagliare l'ultimo rigore in finale! Gli svizzeri tornano a casa con un pugno di mosche e probabilmente annegano i dispiaceri nel cioccolato.

Ma questa quasi-vittoria mette una fretta pazzesca agli inglesi. Loro, i pionieri, i primi a provarci seriamente, non possono farsi fregare la vetta da qualcun altro! Sarebbe uno smacco terribile per l'Impero Britannico (che, diciamocelo, iniziava già a scricchiolare).

Quindi, nel 1953, organizzano la Spedizione con la ESSE maiuscola. Robbba seria. Budget illimitato, comando militare (colonnello John Hunt), un team di undici scalatori (tra cui due neozelandesi tostissimi) e un'orda di sherpa. La pressione è alle stelle. Chi sarà il primo a mettere piede sul tetto del mondo? La competizione interna è feroce: sembra Sanremo.

TA-DAAA! Hillary & Tenzing piantano la bandierina finalmente

Hunt decide: si fanno tentativi a coppie. Il primo tentativo (26 maggio) fallisce a un soffio dalla cima. Che palle!

Ma poi tocca a loro: l'apicoltore neozelandese Edmund Hillary (sì, un apicoltore!) e il nostro eroe sherpa Tenzing Norgay. Due tipi determinati, che non hanno paura di sputare sangue (e probabilmente un polmone o due).

29 maggio 1953, ore 11:30. Il mondo trattiene il fiato (quello che resta a quell'altitudine). CE L'HANNO FATTA! Hillary e Tenzing sono sulla cima dell'Everest! Il punto più alto della Terra! È fatta!

Si fermano lassù per 15 minuti. Hillary tira fuori la macchina fotografica e scatta LA foto: Tenzing con la piccozza alzata, fiero come un dio, con le bandiere di ONU, Regno Unito, Nepal e India che sventolano (o meglio, gelano).

Poi Hillary, da bravo ficcanaso, va a cercare tracce di Mallory e Irvine. Niente. Peccato.

Ma chissenefrega in quel momento, hanno conquistato l'Everest! L'ultima grande impresa dell'Impero Britannico, dicono alcuni. Di sicuro, un'impresa che ha segnato la storia.

L'Everest oggi, tra selfie e code chilometriche

Dopo Hillary e Tenzing, è stato un po' un "liberi tutti". Nel 1960 i cinesi salgono dal versante nord (quello tosto). Nel 1975 arriva la prima donna, la giapponese Junko Tabei (grande!). Nel 1978, due fenomeni come Reinhold Messner e Peter Habeler fanno la pazzia: salgono SENZA OSSIGENO! Roba che solo a pensarci ti manca l'aria.

E oggi? Beh, oggi l'Everest è un po' diverso. Grazie alla tecnologia e alle spedizioni commerciali, salirci è diventato (quasi) alla portata di molti (con un bel po' di soldini e un fisico bestiale, sia chiaro).

Il risultato? Code di alpinisti sui passaggi chiave che manco al casello in agosto, tonnellate di rifiuti abbandonati (sì, la gente è incivile anche a 8000 metri), e un business che a volte fa dimenticare lo spirito pionieristico di quei pazzi scatenati di un secolo fa.

È ancora un'impresa pazzesca e pericolosissima (la gente continua a morirci, eh!), ma l'atmosfera è cambiata.

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Vuoi vedere da vicino questo gigante buono (ma anche un po' stronzo)?

Non ti promettiamo la cima, ma vuoi mettere l'emozione di arrivare al Campo Base dell'Everest? Di camminare tra quelle valli leggendarie, respirare l'aria mitologica dell'Himalaya, vedere con i tuoi occhi quel bestione di montagna che ha fatto sognare e dannare generazioni di avventurieri?

Allora smettila di leggere e inizia a fare lo zaino! Con Sto Gran Tour ti portiamo proprio lì, ai piedi del mito, in un trekking al Campo Base che ti cambierà la vita (e ti farà venire delle chiappe d'acciaio!). Immaginati lì, con una tazza di tè caldo in mano, a guardare l'Everest che si tinge di rosa al tramonto... Figata pazzesca, vero?

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