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La vera storia di Alcatraz? Forse la trovi qui

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Ti raccontiamo come uno scoglio è diventato la prigione per antonamai... per antanimos... vabbè, per eccellenza

Alcatraz non ha bisogno di presentazioni. Tutti conoscono l'isola con il suo carcere e basta nominarla per evocare immagini di sbarre d'acciaio, celle piccole e umide e criminali con una fedina penale più zozza dei film di Tinto Brass.

Eppure, probabilmente non conosci proprio tutto tutto sulla storia di questa prigione, non è vero?

Bene, rimediamo noi!

A dire la verità non è che ti raccontiamo proprio qualsiasi cosa ci sia da sapere su Alcatraz: ti vogliamo bene e non vogliamo sbatterti in faccia un libbbbrone mortale di pagine su pagine di testo, senza nemmeno qualche immagine da colorare.

Però, siccome il carcere lo conosciamo abbastanza bene, anche perché ce lo gustiamo continuamente di persona nel corso dei nostri viaggi di gruppo in California, abbiamo in serbo alcune chicche molto interessanti sulla storia dell'isola, tra le quali l'evasione più pazzesca di sempre.

Beccati il nostro articolozzo!

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Alcatraz: da scoglio anonimo a carcere più famoso della storia

Partiamo dal principio: Alcatraz non è sempre stata una prigione di massima sicurezza.

Inizialmente, era solo un pezzo di terra che nessuno si filava nemmeno di striscio, finché un certo Juan Manuel de Ayala non l'ha scoperta nel 1775 e l'ha chiamata "Isla de los Alcatraces" (Isola dei Pellicani).

Avanti veloce al 1850.

Gli Stati Uniti si guardano bene intorno e si dicono "Sai che c'è? 'Sta isoletta non è poi così male per metterci le persone che ci stanno sulle palle" e SBAM: ecco che ci costruiscono sopra una base militare che viene utilizzata come prigione per i soldati indisciplinati e, durante la guerra di secessione, per alcuni prigionieri di guerra.

La vera svolta arriva nel 1934, quando il governo americano decide che Alcatraz funziona troppo bene come carcere e la trasformano in una prigione federale di massima sicurezza.

Insomma, diventa un posto dove mandare i peggiori dei peggiori, i criminali più fetenti, quelli che tutte le altre prigioni li schifavano perché non riuscivano a tenerli buoni.

Tipo Al Capone, che venne ficcato nella cella 181, dove passava il tempo a suonare il banjo.

Perché li mandavano tutti qui?

Perché Alcatraz era considerata una prigione dalla quale era impossibile fuggire: acque gelide tutto intorno, forti correnti, guardie cazzutissime che non sorridevano mai e stavano sempre lì a guardarti come faceva tua madre quando tornava dai colloqui con la voglia di cambiarti i connotati.

E poi ci sono pure gli squali che, anche se non sono così numerosi e pericolosi, comunque la strizza te la fanno venire e ci pensi due volte prima di evadere.

Nonostante tutto ciò, però, ci sono stati ben 14 tentativi di fuga da Alcatraz. Alcuni finiti male. Altri, forse, no, come quello più famoso nel 1962.

La grande fuga del 1962 (c'è lo zampino di Dodò)

All'inizio degli anni sessanta, tra i detenuti di Alcatraz c'erano tre tipi particolarmente tosti: Frank Morris, un genio del crimine con un QI molto elevato, e i fratelli Anglin, John e Clarence, due furfanti che erano praticamente degli Houdini nei panni di rapinatori di banche. Questi tre avevano più esperienza di evasioni che noi di cene di Natale con parenti imbarazzanti.

Nel 1961, questi artisti della fuga iniziano a preparare il loro piano.

Per mesi, scavano buchi nelle pareti delle loro celle. E per farlo usano dei cucchiaini rubati alla mensa!

Certo, si aiutano preparando una specie di trapano fatto in casa con il motore di un aspirapolvere ('na roba che nemmeno McGyver), ma comunque solo il fatto di aver pensato di scavare un muro con un cucchiaino... me' cojoni!

Mentre procedono, poi, coprono il loro lavoro con delle carte da gioco dipinte per riprodurre i colori del muro.

Scava che ti scava, arrivano a completare la loro via d'uscita e preparano pure un gommone fai da te con un casino di impermeabili rubati.

La sera dell'11 giugno 1962, Frank, John e Clarence decidono che è arrivato il momento di salutare Alcatraz. Lasciano dietro di sé delle teste finte nei loro letti, fatte con sapone, carta igienica e capelli veri, probabilmente prendendo spunto dai lavoretti dell'albero azzurro.

Una volta fuori dalle loro celle, i tre si infilano in un condotto di ventilazione e raggiungono il tetto. Da lì, si calano giù e si dirigono verso la riva, dove preparano per bene la loro zattera improvvisata di cui abbiamo parlato prima. E poi, si lanciano nelle gelide acque della baia.

E qui arriva il bello: sono davvero scappati?

Secondo alcune teorie, sì, secondo altre, invece, hanno fatto una brutta fine. C'è chi dice che siano arrivati in Sud America e abbiano cambiato vita. Altri pensano che siano finiti come pranzo degli squali.

La verità? Non la sapremo mai. La polizia ha cercato ovunque, ma di loro nessuna traccia. Spariti nel nulla, come fantasmi.

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La fine di Alcatraz? No, un nuovo inizio

Vediamo come si chiude il sipario su questa iconica prigione e cosa ci lascia in eredità.

La data da cerchiare in rosso è il 21 marzo 1963. Quel giorno, Alcatraz ha chiuso i battenti.

Perché?

La verità è che mantenere Alcatraz era come avere un SUV a benzina, di quelli che consumano quanto un Boeing. Costava un occhio della testa! Tra il riscaldamento, l'acqua trasportata in barca, e le riparazioni continue, il governo ha detto: "Ragazzi, 'sta roba ci sta costando un botto. Mi sa che si chiude tutto'".

E così hanno fatto.

Dopo la chiusura, Alcatraz non è diventata un'isola fantasma. Anzi, ha iniziato una nuova vita.

Prima, c'è stata l'occupazione dei nativi americani tra il 1969 e il 1971, un episodio chiave nella lotta per i diritti civili che, purtroppo, si è conclusa con il loro sgombero forzato dall'isola.

Poi, negli anni '70, Alcatraz si trasforma da simbolo di repressione a icona turistica.

Oggi, più di 1,5 milioni di persone all'anno visitano l'isola, attratti dalla sua storia misteriosa e dai suoi corridoi che echeggiano di storie del passato.

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