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Safari in Africa: smontiamo qualche mito da documentario e teniamoci la meraviglia

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La savana è meravigliosa, ma non funziona come pensi...

Sei cresciut* a pane e documentari, hai visto "La mia Africa" almeno tre volte e ti sei convint* che il safari sia quella cosa epica in cui arrivi vestit* da esploratore, un leone ti fissa negli occhi e l'universo si rivela a te, e a te soltanto, in tutto il suo splendore primordiale. Giusto?

Beh, più o meno, ma come disse la nonna di Sid Vicious al nipote: abbassa la cresta!

La meraviglia c'è eccome, ma prima di partire con la testa piena di aspettative da National Geographic, facciamo un po' di chiarezza. Perché la savana è straordinaria sul serio, però ha anche le sue regole, le sue stranezze e qualche cliché da demolire subito...

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Lascia il costume da Indiana Jones nell'armadio

Esiste una categoria di turisti che, in procinto di fare un safari, entra in un negozio di articoli tecnici e ne esce con 800 euro di abbigliamento multitaschino color sabbia, come se dovessero mimetizzarsi per infiltrarsi tra gli gnu invece di sedersi su una jeep.

Spoiler: non ti serve. Non sei sul set di niente. Le regole base sono semplici: evita colori sgargianti come il giallo fluo o il rosso fuoco, perché gli insetti li adorano e rischi di sembrare un evidenziatore per rinoceronti. Vesti a strati, comodo, toni neutri. Fine. Tutto il resto è marketing. La savana se ne frega del tuo giubbotto con le zip nascoste e i trucchi tipo Ispettore Gadget.

Tranquillo, non sei nel menù

Il mito più cinematografico di tutti: appena esci dal lodge, la fauna locale si scatena in una caccia all'uomo da film horror. Leoni, leopardi, iene, tutti lì ad aspettarti con le posate in mano e l'acquolina nelle fauci.

Capiamoci: per un leone, una jeep piena di turisti è semplicemente un grosso scatolone di metallo puzzolente che non si mangia, non scappa e non fa niente di interessante. Finché resti seduto e non ti sporgi dal finestrino per fare l'eroe di Instagram, sei sostanzialmente un fantasma sul loro radar culinario. Sei tipo un Big Mac per il Dalai Lama: invisibile!

Gli animali della savana hanno sviluppato una tolleranza assoluta per le macchinone, perché le vedono da generazioni. Fattene una ragione: sei noioso quanto un sasso! E questa cosa, paradossalmente, ti permette di avvicinarti a distanze che fanno venire i brividi...

Il safari non è né uno zoo, né un juke-box

Ecco il punto che devi metabolizzare prima di subito: gli animali non sono lì per fare lo spettacolino per te! Non sono attori sotto contratto, tipo Truman Show. Non sono un jukebox a cui butti una moneta e ottieni il numero da circo che vuoi.

Un leopardo che dorme su un ramo non ha nessun obbligo morale di alzarsi, guardarti negli occhi e ruggire drammaticamente mentre la luce del tramonto lo illumina di tre quarti. Se ne frega altamente di te, della tua macchina fotografica e del fatto che hai aspettato questo momento per due anni.

La savana non ha una scaletta. Non c'è un regista nascosto dietro un'acacia che coordina le entrate in scena. A volte passi 45 minuti a fissare la vegetazione alla ricerca di un segno divino, e poi, in un secondo esatto, il leopardo si alza, si stiracchia con nonchalance totale, ti lancia un'occhiata che dice chiaramente "ancora qui, ma un po' di privacy, no?", e scompare nel nulla.

Ed è il momento più bello della tua vita. Proprio quello. Non la posa perfetta per Instagram, ma quel secondo rubato a un animale che non ti deve niente e ti ha comunque concesso uno sguardo.

La pazienza nel safari non è una scocciatura da sopportare: è il meccanismo con cui la savana ti rieduca a guardare le cose. E quando finalmente vedi, vedi davvero.

Non devi vendere un rene per permettertelo

"Il safari? Roba da ricconi." Questa è una di quelle convinzioni dure a morire che continua a girare e che è, almeno in parte, una balla colossale.

Sì, se vuoi il lodge di lusso con la vasca panoramica affacciata sulla prateria e il maggiordomo che ti porta i calzini caldi alle sei di mattina, allora sì, preparati a spendere cifre importanti. Ma esistono safari per tutte le tasche o anche i self-drive nei parchi nazionali del Sudafrica o della Namibia, dove guidi tu con la tua macchina a noleggio, ti fermi dove e quando vuoi in campeggi attrezzati. Insomma: l'Africa è accessibile, se sai dove guardare.

L'attività fisica principale è reggere il binocolo sulle buche

Ultima grande bugia: tornerai dal safari con le gambe d'acciaio e la resistenza di un maratoneta, forgiato da un'esperienza faticosissima...

Ma quando mai! In realtà, l'attività fisica principale del safari consiste nel tenere in equilibrio il binocolo mentre il 4x4 prende una buca a 40 km/h. Il 90% del tempo lo passi seduto comodamente, con uno snack in mano e gli occhi spalancati sulla savana.

È contemplazione pigra col sapore dell'avventura, ed è esattamente per questo che funziona così bene. Il cervello si spegne dalla frenesia quotidiana e si riaccende su cose che contano davvero: un elefante che attraversa la strada, un babbuino che fa la pipì in un cespuglio (ma dai, un po' di privacy!), un tramonto che sembra dipinto e il silenzio più rumoroso che tu abbia mai sentito.

Leggi anche: In un safari quanto conta davvero la guida? Molto più del binocolo, giuro!

Prenota il tuo safari con Sto Gran Tour: la savana ti aspetta

Adesso che abbiamo smontato le leggende metropolitane e salvato la meraviglia, quella vera, c'è solo una cosa sensata da fare: andarci! Sto Gran Tour organizza safari in Namibia, Kenya, Botswana, Sudafrica e Tanzania, con itinerari pensati per farti vivere l'Africa autentica senza stress e senza dover vendere organi. Guida esperta, logistica curata, esperienze che ti rimangono addosso per anni (quasi quanto la polvere!).

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Vivi un WILD Safari dove tutto sarà pazzesco e inaspettato, proprio come dovrebbe essere un vero viaggio!

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